mauroladu.com

Set 11 2009

Some statistics…

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[Italiano sotto]

Just back from some days of shooting in Rome - the Eternal City. (read “sweating for kms and kms under the unforgiving Italian summer sun.”). It’s useless to say It’s one of the most amazing city to visit and to get lost in. I hope to be able to upload some of the thousands of pics of this amazing city soon the next days.

Surfing the web (only thing i can surf since the med is still flat as a lake), I’ve found that Surfcorner.it, the most important italian surf portal, has just published the statistics for the first six months of 2009 regarding surfers and photographers involved into the Italian surfing industry.

I’m very glad to notice that for this period I’ve got the second place for the number of pics published in the photographer category. Right on!

Enjoy your week end.

Mauro

 

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Appena tornato da alcuni giorni di shooting sotto il sole cocente di una Roma invasa di turisti stranieri, trovo che Surfcorner.it ha pubblicato l’ “esposimetro” per il primo semestre del 2009 che raccoglie le statistiche delle scena surf italiana. Per quanto riguarda la categoria fotografi, con mia sorpresa, il mio nome appare al secondo posto per numero di foto pubblicato su riviste.

Buon week-end

Mauro

 

(Source: www.surfcorner.it)

Ago 24 2009

Dreams Up Life Surf Journal # 10

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[In italiano sotto]

August 15th came out the new issue of Dreams Up Life surf journal. It contains the third article I wrote about my round the world trip. Through the 30 pages you will be told about the endless waves I got in New Zealand and the beautiful, wild and remote landscape in Australia. (Only in italian sorry!). Till next…mauro

++++ [Italiano] ++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++

E’ ora in distribuzione il numero 10 di Dreams Up Life surf journal. E’ ormai il terzo numero in cui racconto dei miei 12 mesi passati in viaggio in compagnia di una tavola da surf e macchina fotografica. Nelle circa 30 pagine di foto e pensieri racconto questa volta degli spazi sconfinati e affascinanti del continente Australiano e delle onde infinitamente lunghe e deserte della vicina Nuova Zelanda. Per info e abbonamenti: info@dreamsuplife.com. Buona lettura!

Mauro

Ago 01 2009

Drop on Sardegna

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[English Below]

In questi giorni molti Italiani affollano i porti e gli aeroporti d’Italia diretti verso le spiagge e le località turistiche sarde. In questi giorni, come ogni anno di questo periodo, l’isola romperà così il suo secolare isolazionismo, e accoglierà l’esercito dei vacanzieri in cerca del tanto sospirato riposo e divertimento estivo. In questo scenario da grande esodo vorrei segnalarvi la simpatica iniziativa di un surfista e fotografo sardo in netta controtendenza rispetto all’usuale concetto di vacanza. Alessandro Murgia, questo il suo nome, ha deciso infatti di percorrere tutta la costa ovest sarda spingendosi sul suo long skate e quando le condizioni del mare lo consentiranno si prenderà una pausa remando tra le onde dei tanti spot di cui questo tratto di costa è disseminato.

Nel suo blog, Alessandro, giorno per giorno, ci terrà aggiornati sui suoi spostamenti. A supportare l’iniziativa ci sono Dreams Up Life Surf Journal e Fuck Pro Clothing.

Buona lettura e buone vacanze.

[English]

Hi all!

I would like to invite you to follow the adventure of Alessandro Murgia, photographer and surfer from Sardinia who is about to travel along the 300 km of the west coast of his Island on his longskateboard. He promises to keep his blog updated daily!

The event is sponsored by: Dreams Up Life Surf Journal and Fck Clothing company.

 

Pic courtesy: droponsardegna.blogspot.com

Lug 13 2009

2000 kms along the Socialist Republic of Vietnam

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 [English below]

Dalle scene di strada della capitale Hanoi, alle atmosfere rilassate delle montagne del nord abitate dalle minoranze etniche del paese, dalla festa della luna piena di Hoi An in cui mi sono trovato per caso coinvolto, fino al misticismo ispirato dalla navigazione nelle acque di Halong Bay, incastonata tra Vietnam e Cina nel golfo del Tonkino.

Una raccolta delle molte sfaccettature che questo paese offre al viaggiatore attento e disposto a coglierle ed apprezzarle, è ora on-line nella sezione travel photography dove troverete 59 foto scattate nei circa 2000 km percorsi da sud a nord per la Repubblica Socialista del Vietnam. 

Continuano intanto le collaborazioni con Dreams Up Life Surf Journal e l’articolo scritto per il nuovo numero, al momento in distribuzione, ha come protagonisti i 2 mesi in cui ho percorso gli stati della California, Nevada e 3 isole dell’arcipelago delle Hawaii.

Il giornale lo trovate nei migliori surf shop italiani oppure in alternativa scrivete a info@dreamsuplife.com per riceverlo in abbonamento postale.

 

Prossimi aggiornamenti della sezione viaggi: Marrakesh e Zaragoza.

Buon viaggio a tutti.

Mauro

[English]

From street scenes kept in the capital Hanoi, to the quiet and calm atmosphere in the hilly regions of the north, home of the country’s ethnic minorities, to the full moon celebrations in Hoi An and again to the mysticism inspired by cruising for some days in Halong Bay calm and green water.

A bite of this kaleidoscope-like country is what I hope the new Vietnamese gallery, on-line on mauroladu.com, can give to you. 59 pictures, 2000 kms from the Mekong Delta southern region up to the capital of the Socialist Republic of Vietnam, two steps from China’s border.

Enjoy and leave some feedback as usual.

 

Some of my images can be licensed through the web agency Alamy.com

 

Have a good trip, wherever you are going…

Mauro Ladu

 

Coming soon: Marrakesh, Morocco’s pearl of the south.

Marrakesh, Morocco

Gen 14 2009

Dreams up life!

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[English below]

 

Il 15 gennaio esce il numero 8 di Dreams Up Life surf journal, sul quale appaio con circa 20 pagine nelle quali racconto il tratto di strada percorso in Sud e Centro America. La copertina, che potete vedere in anteprima qui sotto, vede invece 4 miei scatti fatti in Australia, Vietnam, Nuova Zelanda e Hawaii.

Si tratta della prima parte di un lungo racconto di viaggio, avventura e surf che ogni tre mesi verrà pubblicato “a puntate” sulle pagine di Dreams. Il tutto corredato da foto inedite e non. Il giornale si può ricevere in abbonamento oppure cercatelo nei migliori surf shop italiani. Per info scrivete a: info@dreamsuplife.com

Altra informazione di servizio: nei prossimi mesi mauroladu.com cambierà veste, dando più spazio alle immagini raccolte nei mie viaggi ma conservando una sezione dedicata ai consueti brevi report in cui spero troviate utili consigli su come spostarvi in maniera indipendente nei paesi in cui sono passato.

Da ultimo, alcuni dei miei scatti sono ora in vendita attraverso Alamy, una tra le più note agenzie fotografiche mondiali.

Buon 2009 a tutti.

[English Version]

15th January is going to be out Dreams Up Life Surf Journal # 8 on which you can find the first part of a long story about travel and surf I’ve written during the past year travelling around the world. The whole thing will be splitted in the 4 issues out in 2009. Every issue will be also enriched with pictures taken during the past 12 month of travels. In the upcoming one a composition of 4 of my images appears also on the cover you can see below as a preview.

In the next month mauroladu.com is going to pass through some changes, with more pictures on line and the complete English translation of all my travel report. So, stay tuned.

In the end, some of my images can be now licensed through the agency Alamy.com.

Have a great 2009.

Mauro

Dreams up life # 8, anno 3

Ott 22 2008

Vietnam

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Ciclo driver in My Tho, Vietnam 

Il drago.

Se lo si guarda sulle mappe il Vietnam ha proprio la forma di un drago. Tiene tra le fauci il Laos e avvolge il suo corpo sinuoso attorno alla Cambogia.

Un nome che evoca tragedie di guerra in un passato non troppo lontano. Un paese che vanta una collezione di film che lo ritraggono e che lo hanno reso un luogo un po’ mitico e forse irreale nell’immaginario collettivo.

Nel mio caso, molto più semplicemente, il Vietnam è stata l’ultima tappa di 12 mesi passati in giro con lo zaino in spalla, una tavola da surf sotto braccio e la reflex che raramente ha abbandonato il mio collo. Cercherò di ripercorrerlo seguendo l’itinerario nord-sud che ho seguito.

Innanzitutto prima di entrare nel Paese bisogna essere già in possesso del visto. Non viene infatti rilasciato ai posti di confine oppure all’arrivo in aeroporto come invece era avvenuto in Tailandia e Cambogia. Se si proviene dalla Cambogia, come nel mio caso, il modo più semplice per ottenerlo è rivolgersi ad una delle tante guest house di Phnom Phen (la capitale cambogiana) o di Sihanoukville. Pagando alla guest house 2-3 dollari per il servizio, si evita di recarsi personalmente in ambasciata vietnamita e fare le code per consegnare e ritirare il proprio passaporto una volta pronto il visto.

Il mio giro del Vietnam è cominciato da Sud. Ho varcato il confine presso la frontiera di Bavet (Cambodia) e Moc Bai (Viet) e dopo una sosta obbligata ad Hoi Chi Minh city (al tempo Saigon) mi sono diretto verso l’estremo sud del paese. Da li a poco meno di un mese avrei avuto un volo dalla capitale Hanoi, situata a circa 1800 km a nord da dove mi trovavo. Insomma dalle chiappe del “drago” sarei dovuto arrivare nei pressi delle sua sopracciglia.

 

Il delta del fiume Mekong

La regione meridionale del paese è un continuo susseguirsi di terra e acqua. Intramezzata da altra terra a cui segue altra acqua. E’ questa la regione chiamata “Delta del fiume Mekong”. In questa regione grossa come mezza Lombardia, il fiume Mekong, che nasce sugli altipiani tibetani e attraversa Cina, Laos e Cambogia, si ramifica in mille canali prima di buttarsi nel mar della Cina.

Riporto uno stralcio di quanto scrivevo sulla mia Moleskine, fedele compagna di viaggio a cui ho affidato nomi, luoghi ed emozioni: “….la regione del delta del fiume Mekong è un susseguirsi di terra e acqua. Città, isole, lingue di terra,  tutte collegate da ponti, barche o traghetti. Non avendo un’idea ben precisa sul come e dove, dopo aver passato una notte a Saigon mi sono diretto a My Tho, prima grossa città della regione. Dalla città partono delle gitarelle in barca a remi. Per 10$ sono riuscito a trovare una barca “pirata” (non appartenente a nessuna compagnia ufficiale che invece sarebbe costata 25 $) che mi ha portato su un paio di isolette nelle vicinanze. Sinceramente niente di emozionante. Nella città di My Tho (dove alla fine ho speso 3 notti) di turisti non ne passano proprio, preferendo i tour che invece partono da Saigon. Così mi sono trovato ad essere l’attrazione delle persone del luogo che senza un minimo di ritegno quando mi vedevano seduto ad esempio su una panchina o su un muretto per godermi il tramonto o la frenetica vita vietnamita, si fermavano a fissarmi come se fossi un animale raro o una pianta esotica (….). Dopo My Tho, ho proseguito verso Can Tho, più verso sud. Da Can Tho, partono le gite in barca per vedere il famoso mercato galleggiante, il più grosso di tutto il delta. Si tratta di un vero e proprio mercato, e tutto quello che in genere è esposto sulle bancarelle sulla terra ferma qui invece è su delle barchette. Roba da 1000 foto in un’ora. Il costo per una barchetta a remi che ti porta a zonzo per mezza giornata è di circa 25 dollari….”

Can Tho floating market, Vietnam

Qui nel sud ho avuto il mio primo assaggio di caffè Vietnamita che viene servito ad ogni angolo di strada. Una bomba di caffè, con un aroma mai provato più forte altrove. Durante le innumerevoli soste in queste piccole aree di ristoro, seduto sui tipici sgabelli alti 15 cm, suscitavo sempre occhiate stupite e divertite delle persone del posto non abituate ad un occidentale che chiedeva una caffè nero senza zucchero.

 

Dalat

Dalle regioni del sud, con circa 6 ore di bus sono ritornato a Saigon (mi piace più chiamarla così che Hoi Chi Minh City e come me la pensano il 99% dei Vietnamiti) da dove con altre 8 ore sono arrivato a Dalat. Riporto ancora un tratto di quanto scritto sul mio taccuino di viaggio: “…Dalat è una città a circa 1400 m s.l.m. dove per la prima volta dopo mesi mi trovo a sentire freschino di notte. E’ super turistica essendo tra le altre cose una meta per i viaggi di nozze dei Vietnamiti. Ho fatto un giro nei dintorni della città con gli “easy rider” una specie di agenzia turistica che offre tour di ogni tipo su due ruote. Ad avere tempo e soldi ci sarebbero stati un sacco di parchi naturali e cascate da scoprire ma spesso i prezzi non sono proprio abbordabili arrivando a più di 50 $ per un giorno in sella alla moto….”

 

Nha Trang

Dalle montagne sono ridisceso al mare fermandomi in questa famosa destinazione balneare. Nha Trang è stata una delusione. La spiaggia e il mare sono paragonabili a quelle dell’alto adriatico e la pioggia che è caduta incessantemente per 2 giorni non ha migliorato di certo la situazione. Proseguiamo quindi verso nord.

 

Hoi An

Per non fare perdere il senso delle distanze all’annoiato lettore, diciamo che una volta arrivato ad Hoi An ero circa a metà strada lungo il mio tragitto verso la capitale. Un poco più sopra l’ombelico del drago per intenderci. Hoi An è stata la piacevole sorpresa. La città è formata da un nucleo antico, dichiarata anche patrimonio mondiale dall’Unesco, adagiato lungo il Fiume Rosso dove tutto è ancora come era centinaia di anni fa. Stradine pedonali, gente che vende sui marciapiedi frutta e verdura e vecchine ancora vestite con il tradizionale abito in seta.

Daily life in Hoi An, Vietnam 


È stata la città più fotogenica in cui sono passato durante la mia visita in Indocina e, anche se avevo preventivato di fermarmi una sola notte, alla fine dopo una settimana mi aggiravo ancora tra le strette viuzze dai muri multicolori in caccia di soggetti da fotografare. Sono stato anche fortunato perché sono capitato nei giorni della celebrazione del Festival della luna piena. Oltre ai quotidiani spettacoli dei dragoni danzanti, uno dei momenti più belli di questa manifestazione è stato quando l’ultima sera tutte le luci della parte vecchia della città si sono spente lasciando il posto alle tradizionali lanterne in carta di riso che hanno reso l’atmosfera ancora più suggestiva.

Proseguiamo.

 

Huè

Con uno bus notturno i cui sedili sono stati sostituiti da delle specie di loculi in cui dormire arrivo a Huè, 12 ore di guida più a nord di Hoi An. Se Hoi An è stata una bella sorpresa Huè è stata una delusione. Consiglio di spenderci una giornata a visitare la Cittadella dentro le vecchie mura per poi proseguire verso un’altra meta.

 

Ninh Binh

La città di Ninh Binh non ha granché da offrire. Ad una prima occhiata appare come una delle tante grigie e caotiche città di questo Vietnam in pieno boom economico. Ma se si affitta una bicicletta o un motorino e ci si allontana di qualche chilometro ci si trova immersi in paesaggi idilliaci dove il verde dei campi di riso si estende a perdita d’occhio e la vita scorre ancora con i ritmi di un tempo.

La gita più famosa nella zona è a Tam Coc. Un giro sul fiume Ngo Dong di varie ore su di una barca a remi durante il quale in un continuo dentro e fuori da caverne e grotte si scivola lungo paesaggi verdi da cartolina. Questo è quanto ho letto e che mi hanno raccontato. Si, io ho preferito fare una cosa simile ma ancora poco conosciuta. Purtroppo nella marea di nomi strani non ricordo il nome della località, ma in qualunque albergo o guest house ve lo sapranno dire. La sostanza è la stessa: giro in barca sul fiume, paesaggi incredibili, grotte e gallerie. Il prezzo è lo stesso ma in 5 ore di giro non ho incontrato anima via escludendo la simpatica signora che mi guidava sulla barchetta.

 

Halong Bay

Halong Bay, Vietnam

Lasciati i campi di riso di Ninh Binh la tappa successiva è stata Halong Bay. Per chi non conoscesse, si tratta di un intero golfo vicino al confine con la Cina disseminato di migliaia di roccioni che sembrano essere stati lanciati a manciate nel mare da un Dio dispettoso.

Da Ninh Binh, con due ragazze olandesi che diventeranno mie compagne di viaggio fino alla mia partenza per l’Italia prendiamo una corriera per Haiphong (leggetelo come si legge il nome del nuovo telefonino della Apple) da dove ci imbarchiamo per l’isola di Cat Ba, unica abitata in tutto l’arcipelago.

Da Cat Ba vincendo la tirchieria dovuta ad un anno a fare conti con il budget da viaggiatore zaino in spalla, mi sono imbarcato su una barca per due giorni. Chiamiamola crociera che sembra più bello ancora. 50$ tutto compreso. Alla fine, pensavo, erano gli ultimi giorni di viaggio!

Cruising in Halong Bay, Vietnam

Sono stati due giorni fantastici a zonzo tra questi roccioni coperti da fitta vegetazione e abitati da scimmie che si sono autoproclamate guardiane della baia. Due giorni interi in cui abbiamo passato il tempo a fare snorkeling nelle acque del mare a 30 e passa gradi, esplorare le numerose grotte in cui abbiamo fatto sosta e da ultimo ma non meno importante a mangiare il cibo delizioso che ci veniva preparato dalla moglie del capitano della nostra barchetta.

La notte passata in rada, nel cuore dell’arcipelago, sebbene sia stata la più calda di tutto questo anno di viaggio, è stata a dir poco magica.

 

Ritorno alla terra ferma

Una volta ritornato sulla terra ferma, mi dirigo finalmente verso la meta del mio viaggio: Hanoi, la capitale della repubblica socialista del Vietnam. Da qui, sempre in compagnia delle socie Olandesi, mi sono spostato a Mai Chau a circa 150 km sud della capitale. Sull’intero territorio del Vietnam, abitano più di 50 tribù appartenenti a varie minoranze etniche che, a dispetto dei cambiamenti che la tecnologia e la globalizzazione stanno apportando al paese, vivono ancora secondo le loro tradizioni secolari.

Spesso per raggiungerle ci si deve imbarcare in imprese assai avventurose che, data la scarsità di tempo 8e anche perché dopo 12 mesi in giro cominciavo ad essere un po’ stanco :o)), non potevo permettermi. Mai Chau è invece un villaggio dove con un viaggio relativamente facile si riesce a spendere qualche giorno a contatto con queste persone e la loro cultura.

Non è stato facile capire da quale stazione dei bus partiva il nostro per Mai Chau. E’ infatti abbastanza raro che dei turisti vogliano spingersi fino a laggiù da soli. Insomma, superate queste difficoltà, con 6 ore di pullman arriviamo al paese di Mai Chau. Nei pressi di Mau Chau c’è il villaggio di Pom Cong i cui abitanti appartengono alla minoranza “White Thai”.

Contrattando non poco siamo riusciti a trovare posto per dormire all’interno di una delle loro abitazioni interamente in legno, del cibo e una guida che ci avrebbe accompagnati sulle montagne sovrastanti il villaggio per i successivi 2 giorni. Se non contiamo il tasso alcolico della nostra guida costantemente mantenuto alto dall’immancabile vino di riso (un distillato a circa 40° ottenuto dalla fermentazione del riso) sono stati 2 giorni estremamente piacevoli. I paesaggi sono stati da favola e per due giorni abbiamo camminato lungo un sentiero disseminato di piccoli villaggi i cui abitanti nel corso dei secoli hanno trasformato i versanti delle montagne in rigogliosi campi di riso, tabacco, caffè e altri frutti della tradizione vietnamita.

Mai Chau, Vietnam 

Dal punto di vista tecnico il sentiero non presenta grosse difficoltà. Unica cosa da tenere presente è la temperatura sempre sopra i 35 gradi con umidità al 90% che trasformava una semplice salita in un bagno di sudore.

Hanoi

Data questa deviazione, mi è rimasto solo un giorno da spendere nella capitale prima di prendere il volo per Bangkok dove mi attendeva il volo intercontinentale per Londra.

L’unico giorno che avevo deciso di dedicare ad Hanoi è stato anche all’insegna della pioggia torrenziale per cui poco posso dire di questa città se non che pur essendo trafficata all’ennesima potenza ha un qualcosa, lo definirei “fascino caotico” che spesso caratterizza le capitali asiatiche.

 

Per concludere un’idea dei prezzi.

Corsa di 12 ore in bus notturno: circa 15 $

Pasto presso un ristorante “local”: circa 1 $

Pasto presso un ristorante per turisti: circa 4 $

Costo di una camera di albergo: a partire da 6 $

Affitto di un motorino: 4 $ al giorno

 

Saluti

Mauro

 

Ago 30 2008

Cambodia

Archiviato come: Cambodia


Buddhist priest, Angkor Wat Cambodia

Partiamo dal viaggio.

Un volo della compagnia aerea low cost Air Asia mi ha portato da Bali (Indonesia) a Kuala Lumpur (Malesia), notte accampato in aeroporto e di prima mattina altro volo, sempre operato da Air Asia, da Kuala Lumpur a Bangkok.

Bangkok è il punto di partenza per l’avventura Cambogiana.

Così, dopo aver speso la notte presso una guest house consigliatami da una coppia di tatuatori torinesi conosciuti in Indonesia sul traghetto per Lombok, e dopo aver qui lasciato in custodia la tavola da surf con altri kg di cose non necessarie, prendo il bus per la città di confine di Aranya Prathet. Dopo 6 ore di piacevole viaggio lungo una strada che si snoda tra le risaie allagate dalla stagione delle piogge, arrivo a destinazione. Uno dei tanti tuk tuk, pronti alla fermata del bus, mi ha portato ad una specie di consolato Cambogiano per ottenere il visto di entrata. 30 $ , una foto formato tessera e in 10 minuti avevo incollato sul passaporto il visto per 30 giorni in Cambogia. Poche centinaia di metri separano Aranya Prathet (Thai) da Poipet (Cambogia).

La prima cosa che mi ha colpito, ancor prima di entrare in Cambogia, sono stati il gran numero di casinò e costruzioni in stile Las Vegas che fanno felici i Tailandesi che vengono qui a giocare d’azzardo, cosa invece proibita nel loro paese.

Ebbene sono in Cambogia.

Non appena lasciamo la dogana, io e un ragazzo Franco-Inglese con cui ho fatto comunella nel frattempo, veniamo abbordati da un ragazzo che dice di lavorare per il governo Cambogiano con il compito di “assistere” i turisti nuovi arrivati. Si sente puzza di bruciato lontano un miglio. E non sono solo le mie scarpe. Lo assecondiamo. Gli diciamo che siamo diretti a Siem Reap (come il 99% dei turisti che decidono di entrare in Cambogia da questo posto di confine) e che vorremmo prendere il bus. Il nostro incaricato del governo dice che una navetta ci aspetta per portarci alla stazione dei bus in città. Gratis. La puzza di bruciato intanto è diventata fumo nero pece.

Una volta che la navetta (con solo noi a bordo) ha percorso poche centinaia di metri, ci fermiamo nei pressi di sorta di stazione dei bus e taxi con annesso un banco di cambio. Lui ci convince a cambiare i soldi nella valuta locale, cosa altrimenti difficilissima da fare altrove (dice lui). In tasca ho poche bath Thailandesi, per cui le cambio in Riel Cambogiani ad un tasso non certo ufficiale!

Alla fantomatica stazione dei bus, veniamo a sapere che il bus ci sarà solo dopo parecchie ore ma che per caso, ma proprio per caso, c’è un taxi con altre due persone che sta’ per partire alla volta di Siem Reap. Se vogliano aggregarci, sono solo 25$ a persona, ma che dobbiamo decidere in fretta perché altrimenti il taxi sarebbe partito, e un taxi per soli due sarebbe molto più caro…bla bla bla bla….

A quel punto, chiediamo comunque il costo del bus. Alla fine non abbiamo fretta!

Anche il bus costa 25$. Strana la vita. Una cifra spropositata per gli standard della Cambogia. Sulle guide viene infatti riportato che il bus per Siem Reap costa circa 5-6 $. Con l’inflazione potrebbero oggi essere 7-8.

Dato che ormai la fregatura per i turisti era chiara (le serate a vedere “Mi manda Lubrano” a qualcosa saranno servite!), decidiamo di arrangiarci per i fatti nostri. Annunciamo al nostro incaricato che ce ne torniamo verso il posto di confine per cercare qualcosa di più economico, dato che secondo noi è troppo caro. La sua gentilezza e il suo sorriso scompaiono tutte d’un tratto e comincia a dirci in tono minaccioso che dobbiamo prendere il taxi, che non possiamo camminare fino al confine bal bla bla.

Dal canto nostro lo mandiamo a quel paese (in italiano, francese e inglese).

Cominciamo ad incamminarci verso il confine, dove crediamo e speriamo di trovare mezzi di trasporto “ufficiali” ad un prezzo normale e non per fessi.

Dopo pochi metri percorsi lungo la strada rossa sterrata che porta in direzione della Thailandia, una macchina comincia a venirci dietro, incalzandoci con il clacson. Era uno dei tanti tassisti non ufficiali (in Cambogia i taxi ufficiali saranno 10 in tutto il paese) che avendo assistito alla scena ci proponeva un prezzo più modico. Dopo un 5 minuti di rincorsa della macchina con lui che urlava dal finestrino” 40 dollars!!!” e noi…”no thanx, too much” arriviamo al compromesso che con 10 $ a testa ci porta a Siem Reap.

Chi avesse intenzione di entrare in Cambogia da questo confine non presti attenzione a questi fasulli impiegati del governo, ma continui dritto seguendo la gente del posto che vi porterà verso i bus veri.

Varcando il confine, colpisce l’attenzione anche la strada che, fino a un metro prima di entrare in Cambogia, è una bella lingua di asfalto nero e liscio mentre una volta lasciata la Tailandia si trasformia in una mulattiera di terra rossa battuta. Però circondata da Casinò scintillanti.

Insomma, il nostro simpatico tassista, in circa 4 ore copre i 160 km di polvere e buche che ci separano da Siem Reap. A Siem Reap trovo alloggio in una guest house molto nota tra i viaggiatori. Per 4 dollari ho una stanzetta in bambù con materasso e zanzariera. Oltre che gli onnipresenti gechi e rane .

Siem Reap, è la base per visitare i famosi Templi di Angkor Wat, la testimonianza più grandiosa e meglio conservata del regno che una volta raccoglieva sotto i suoi vessilli la Cambogia, e buona parte dell’attuale Thailandia, Laos e Vietnam.

L’ingresso ai templi non è proprio a buon mercato. Si può scegliere tra l’ingresso giornaliero (20$), 3 giorni (40$) oppure una settimana (60$).

IL complesso conta più di 100 templi per cui decido di fare il pass per 3 giorni.

I mezzi di trasporto per visitare i templi sono i più disparati: per 10 dollari un tuk tuk ti scarrozza in giro tutto il giorno, un po’ meno se si sceglie una moto e un po’ di più se si preferisce l’auto. In tutti e tre i casi con autista a seguito.

Dato che non mi andava di avere sempre uno che mi aspetta fuori dal tempio, decido per il quarto mezzo di trasporto: per 4 $ affitto una bici per i miei 3 giorni ad Angkor Wat.

Dopo tre giorni, con circa 150 km nelle gambe, decido che di templi ne ho visti a sufficienza. Belli, bellissimi, enormi e molto ben conservati.

Consiglio di aspettare l’alba ad Angkor Wat (il maggiore dei templi). Se le nuvole sono clementi (adesso qui è la stagione delle piogge) si può vedere la sagoma del tempio stagliarsi contro il cielo via via più chiaro.

Angkor Wat at sunrise, Cambodia

Decido di passare un giorno in più a Siem Reap visitando uno dei villaggi galleggianti sul lago Tonlè Sap. Per mancanza di tempo e anche per i costi mi faccio accompagnare al più vicino Chong Kneas. Giro di un paio d’ora in barca facendo lo slalom tra case galleggianti, scuole galleggianti, porcili galleggianti…vita di tutti i giorni galleggiante.

Chong Kneas, floating village Cambodia

Kompong Pluk, altro villaggio galleggiante più a sud, deve essere molto più bello e meno turistico, ma per arrivarci via barca mi hanno sparato una cifra esagerata!

Il giorno successivo, lasciata Siem Reap, in 7 ore di bus arrivo alla capitale del Regno di Cambogia.

Phnom Penh.

Qui ho una sosta “obbligata” di 4 giorni perché devo attendere che dall’ambasciata mi ritorni il passaporto con il visto per entrare in Vietnam. 33 us $ fatto tramite la mia guest house.

Se a Siem Reap si possono ammirare le bellezze e le opere d’arte di cui è stata capace una civiltà degli inizi del passato millennio, a Phnom Penh vengono invece sbattute in faccia le testimonianze della spirale di pazzia e ferocia in cui la Cambogia è stata risucchiata negli anni 70.

Phnom Penh è infatti dove si può tastare con mano quanto successe in Cambogia nei 3 anni, 8 mesi e 20 giorni (1975 – 1978) del regime dei Khmer Rouge di Pol Pot.

Una delle tappe obbligate a pochi isolati dallo scintillante Palazzo Reale è il centro di sicurezza S-21 altrimenti detto “Tuol Sleng”, uno degli organi più segreti del regime, dove migliaia di persone sono state sottoposte a reclusione e tortura prima di venire mandate a morire nei campi di sterminio fuori dalla città.

Tuol Sleng, Phnom Penh Cambodia

Non voglio fare certo una lezione di storia, ma una lettura a qualche testo su quanto accaduto in Cambogia non può far di certo male. Io sono il primo che prima di andarci a sbattere contro non avevo idea delle dimensioni di quanto accadde poco più di 30 anni fa nella strada sotto la mia camera qui a Phnom Penh. Il genocidio di oltre 2 milioni di persone è ancora visibile oggi per le strade della Capitale o di un qualsiasi altro centro Cambogiano. Il 95% della popolazione è sotto ai 30 anni, la generazione dei 40 e 50 è stata letteralmente annientata dal disegno del regime di Pol Pot, uno dei maggiori responsabili delle condizioni di estrema povertà in cui oggi versa il paese.

Andiamo avanti.

Le tappe successive sono state Sihanoukville, cittadina con una folta comunità di francesi residenti, che si affaccia sulle calde acque del Golfo di Tailandia. Sinceramente, niente di speciale. Dopo 4 giorni a Phnom Penh può però servire per svagare la mente e cercare un po’ di fresco nuotando nelle acque delle sue spiagge semideserte!

Pochi giorni dopo, con un taxi collettivo (leggi: una normale auto con fino a 7 persone stipate dentro) arrivo a Kampot, piccolo centro lungo un placido fiume verso il confine con il Vietnam. Kampot, se escludiamo qualche cadente rimasuglio del periodo coloniale Francese non ha nulla in particolare da offrire se non le escursioni al vicino Bokor National Park.

Eppure questo paesino ha un suo perché. Saranno i tramonti sul fiume, sarà il clima più clemente rispetto ai grossi centri, sarà la gente del posto che quando ti vede da solo seduto si avvicina e dopo averti domandato: “May I have a conversation with you?” si siede e chiacchiera facendoti mille domande sulla tua famiglia, moglie (ehmm..moglie??), lavoro (ehmm..lavoro??) e così via.

Escludendo il trek di 2 giorni al Parco, ho optato per l’affitto di una motoretta con la quale sono andato alla scoperta dei dintorni andandomi a infilare, come mi piace fare, nelle stradine delle campagne: risaie, sorrisi e “Halllooooo” urlati a squarciagola per una giornata!!

E’ bellissimo quando passavo nei pressi di qualche abitazione e la moltitudine di bambini usciva e urlando di fermarti “Stop! Stop!”. A ciò seguiva una miriade di domande nel loro inglese scolastico “How many members has your family?”, “how many brothers and sisters do you have?” e così via. Così tanti contatti umani con persone tanto semplici e genuine da lasciarmi stordito.

Kampot rice fields, Cambodia

Nota di merito alla tradizione culinaria di questo pezzo di Indocina: il cibo è fantastico. E’ vero che manco da casa da quasi un anno e per cui forse gli standard si abbassano (italian food uber alles) però il viaggiatore in Cambogia non può che rimanere piacevolmente stupito dalla varietà di cibi e sapori che si possono provare.

E siamo arrivati a oggi, di ritorno a Phnom Penh da dove domattina partirà l’ennesimo bus che mi porterà a Hoi Chi Minh City, in Vietnam, una volta chiamata Saigon. Da qui, dopo una breve parentesi a sud nella regione del delta del Mekong, comincerò la risalita fino alla capitale Hanoi, ultima tappa di questo viaggio.

A presto.

Mauro

Ago 08 2008

Bali - Lombok - Gili Islands

Archiviato come: Indonesia

Madewi little girl

Seduto all’hotel Taman Ayu di Kuta Bali, beandomi sotto l’aria mossa dal ventilatore della mia stanza cerco di fare un po’ d’ordine nei ricordi e raccontare l’ultimo mese passato in Indonesia.

Gli ingredienti sono stati una tavola da surf, uno zaino fotografico e una compare di viaggio arrivata a sorpresa dall’Italia.Il tutto sistemato su uno scooterino affittato a Kuta Bali. La scelta dello scooter come mezzo di trasporto anche se non troppo comodo durante i lunghi spostamenti è stata alla fine vincente in quanto non siamo mai dovuti dipendere dai vari taxi e altri trasporti che il più delle volte sono lenti e non sempre comodi.

Insomma dopo qualche giorno passato nella Bukit Peninsula, quella specie di appendice a sud est di Bali celebre per i surf break stellari, siamo partiti alla volta di Padangbai paesino a circa 100 km nord di Kuta. Padangbai è infatti il punto di partenza dei traghetti per l’isola di Lombok, distante circa 30 km dalla costa Balinese oltre che anche una comoda base per visitare la regione nord est di Bali, famosa per i suoi vulcani, i laghi e i paesaggi verde lussureggiante delle terrazze dove si coltiva riso e tabacco.

Bali Cliff

In questi primi giorni, ma sarà una costante di tutto il resto del viaggio su due ruote, abbiamo evitato i maggiori siti turistici preferendo guidare un po’ a zonzo fin nei più piccoli paesini, parcheggiare il nostro potente mezzo e camminare per le viuzze polverose sotto gli sguardi stupiti della gente che non ci toglieva gli occhi di dosso. Il più delle volte si finiva a tentare una conversazione con i più curiosi i quali chiaramente finivano puntualmente e ben volentieri fotografati dalle nostre reflex. Non ricordo nemmeno un nome di questi piccoli villaggi ma la cosa che più è rimasta è stata l’esperienza umana fatta con queste persone sorridenti che a volte addirittura ci offrivano frutta o altro cibo per loro così prezioso. Così abbiamo speso circa una settimana. Tappa successiva: Lombok.

Le partenze sono circa ogni 2-3 ore ma è buona cosa essere al porto con un buon anticipo. Cosa che noi chiaramente non abbiamo fatto. I pochi kilometri che separano Bali da Lombok vengono coperti in circa 5 ore dal traghetto carico di gente del posto così come di viaggiatori che come noi preferiscono il fai da te alle agenzie turistiche “tutto organizzato”.

Veniamo a Lombok.

Una volta arrivati a Lembar, porto di destinazione nell’isola di Lombok decidiamo di puntare verso Kuta di Lombok piccolo villaggio di pescatori adagiato in una baia di sabbia bianca a sud dell’isola. Kuta di Lombok e Kuta di Bali condividono fortunatamente solo il nome. Infatti se la seconda è il regno di locali notturni, hard rock cafe, internet point uno dietro all’altro e centri commerciali per shopping pazzo a basso costo, Kuta di Lombok sembra essere ferma ancora al medio evo. La gente del posto si sposta ancora con dei piccoli carretti trainati da cavalli e oltre alla decina di hotel per dormire, il resto del paese è rappresentato da misere e semplici capanne dove vivono i locali. La maggioranza dei turisti è rappresentata da surfisti che fanno base qui per surfare le onde nelle baie vicine. Garupak, Ekras, Mawi e Desert Point sono i nomi più famosi.

Nei dintorni di Kuta ci siamo persi volentieri per 5 giorni circa, guidando tra villaggi di poche case in paglia dalle quali al nostro passaggio uscivano correndo uno sciame di bambini che si sgolavano in un continuo Hallo…hallo…hallo costringendoci a frequenti stop per distribuire penne e quaderni (acquistati in precedenza) venendo ricambiati da sguardi tanto riconoscenti e sinceri da farci sentire un po’ colpevole per quanto siamo fortunati ad avere tutto quello che desideriamo. Questi giri erano interrotti nelle ore più calde per fare una sosta relax in alcune delle spiagge più belle che abbia mai visto in tutti questi mesi!!

Un non so che problema alla nostra ruota posteriore ci ha costretto a varie soste presso improbabili gommisti che si adoperavano con arnesi rudimentali per tappare il nuovo foro. A parte la fortuna di avere sempre bucato (5 volte in pochi giorni) nei pressi di qualcuno capace di aggiustarcela, questo ci ha regalato momenti di umanità incredibile. Un esempio. Nel mezzo del nulla foriamo. Carichi di tutto il bagaglio perché sbarcati da poco dal traghetto. Comincio a spingere lo scooter (in realtà sembrava più uno zaino gigante con due ruote) fino a quando dopo poco meno di 500 metri, alla domanda “Pres Ban”, un contadino sdentato ci indica con il braccio di proseguire. Insomma una delle poche casette che incontriamo da li a poco funge da officina ad un signore che non spiaccica neanche mezza parola in inglese. A gesti e con poche parole di indonesiano che sappiamo (non più di 10) ci facciamo aggiustare la camera d’aria. La cosa curiosa è che dopo 5 minuti il cortile dove ci stava riparando il motorino si è letteralmente riempito di persone, bambini e adulti accorsi dalle altre case del villaggio per vederci. Si sono comodamente seduti e hanno cominciato a guardarci e a sorridere come se fossimo una specie di attrazione. Durante la riparazione ci hanno anche offerto una specie di anguria – tra l’altro buonissima- scegliendola tra quelle che avevano in vendita. Pagata la prestazione (poco più di 50 centesimi di euro) e fatte le dovuto foto ricordo ci siamo allontanati un po’ divertiti e intontiti dal fatto che esista ancora gente tanto genuina e semplice. Alla faccia di quelli che dicono di stare attenti a Lombok, di non fidarsi della gente, che si corre il pericolo di venire derubati e altre cose simili ce nel nostro caso non hanno avuto il minino riscontro.

Giusto per dare qualche notizia pratica, se cercate spiagge incredibili a pochi chilometri da Kuta da non perdere c’è Mawun, Mawi e un’altra spiaggia paradisiaca che trovate poco prima di arrivare a Garupak.

La terza settimana la decidiamo di passare nel relax e nello svacco più totale. Questo fa rima con Gili Islands, tre isolette minuscole -Air, Meno e Travangan - che spuntano dall’oceano a pochi km dalla costa di Lombok. Dopo una guidata di circa 4 ore arriviamo a Bangsal, località dalla quale partono le barchette per le Gili. Parcheggiamo il motorino, ci facciamo fregare sull’acquisto del biglietto pagandolo 10 volte il suo prezzo (fortunatamente si tratta sempre di 2-3 euro di differenza) e in mezz’oretta circa arriviamo a Gili Meno la più piccola e tranquilla delle 3 isole. Su queste isole non esistono mezzi motorizzati e i mezzi di trasporto sono i soliti calesse oppure un po’ di sano Jalam Jalam ossia camminare!

Gili Meno, Lombok Indonesia

Il giro di Gili Meno lo si fa in poco più di un’ora di jalam jalam per cui capite che anche volendo non c’è molto da fare se non nuotare in compagnia delle migliaia di pesci che abitano la barriera corallina, delle tartarughe che pascolano tranquille a pochi metri di profondità e se si è più fortunati anche con qualche squaletto di reef. Mangiare in uno dei warung sulla spiaggia, sbucciarsi un’ananas tra un bagno e un altro oppure starsene a vedere il tramonto con il Gunug Agung (il più alto vulcano di Bali) che spunta dall’orizzonte infuocato sono le altre attività estremamente stressanti che offre Gili Meno.

kids in Gili Meno, Lombok Indonesia

Da Gili Meno grazie al capitano Abdul e alla sua “sicurissima” barca su cui carichiamo lo scooter, riusciamo ad andare direttamente a Bali evitandoci una giornata campale sulle due ruote. Di ritorno a Bali passiamo gli ultimi due giorni da dove eravamo partiti, Balangan Beach piccolo gioiellino per foruna ancora poco scoperto a pochi kilometri a sud di Kuta.

Prossima spostamento, questa volta l’ultimo, volo Bali – Bangkok da dove partirò “overland” alla volta della Cambogia e – credo – Vietnam prima di farvi ritorno per l’ultimo volo verso casa.

A risentirci e buone vacanze!

Mauro

Lug 10 2008

Bali, Indonesia

Archiviato come: Indonesia

Pura Tanah Lot, Bali Indonesia 

Cercando di sfuggire al caldo torrido (32 °C con 97% di umidità) delle ore centrali della giornata di Kuala Lumpur, capitale della Malesia, seduto nella hall dell’hotel “Chinatown 2″ cerco di fare mente locale sulle settimane passate nell’isola più turistica e famosa della Repubblica di Indonesia: Bali. Qui a Kuala si tratta di una sosta “obbligata” per rinnovare il visto Indonesiano valido altrimenti per soli 30 giorni. In meno di 3 giorni sarò nuovamente (e felicemente) in Indo.

Il primo impatto con un nuovo paese in cui atterra l’aereo credo dipenda molto da dove si è partiti e da dove si è trascorso l’ultimo tratto di viaggio. Dopo un mese di guida nella lande deserte Australiane dove i bipedi (esclusi i canguri) avvistati nell’arco della giornata on the road si potevano davvero contare su due mani, l’impatto con il traffico delirante di Kuta è stato una sorta di shock! Mi avevano messo in guardia su Kuta e sul caos che regna lungo le sue strade, ma come si suol dire “non vedo non credo” così, mentre il taxi mi portava verso uno dei tanti alberghetti della città pensavo con ironia che scappo dal traffico milanese per ritrovarmi nel ben peggiore traffico di Bali! Insomma, non avendo la minima idea sul come, dove e cosa fare in terra indonesiana, la scelta più semplice è stata fare tappa qualche giorno a Kuta per pianificare un itinerario di massima per poi mettersi in marcia. Quindi comincio da Kuta.

Un felice paragone che calza a pennello a Kuta è quello che la vede come una specie di Rimini in salsa di soya. Essendo la principale meta degli australiani in vacanza, la città nel corso degli anni è diventata un susseguirsi di hotel economici, resort più cari, ristoranti multi etnici, bancarelle, negozi, procacciatori di affari che tentano di venderti di tutto. Da un motorino in affitto, ad una camera in affitto, ad una tavola da surf o a qualsiasi altra cosa gli chiediate. La principale attrazione di Kuta rimangono comunque le onde che 24 ore su 24, 7 giorni di 7 frangono nell’affollatissima omonima spiaggia oltre che alle centinaia di club e locali notturni che offrono divertimenti un po’ per tutti i gusti. Essendo in seria astinenza da onde (la sindrome del surfismo quando la becchi non ti molla più) il planning per le prime indonesiane è stato assolutamente facile: surfare!

Così da Kuta, dopo varie contrattazioni (indispensabili per non pagare fino a 2-3 volte il normale prezzo) decido di spostarmi con una specie di jeep di fortuna, verso nord diretto verso il famoso point di Medewi a circa 100 km da Kuta.  Il viaggio in macchina, durato circa 3 ore, è da annoverare tra le cose più pericolose fatte in questi 9 mesi e passa di viaggio.

A Medewi si può finalmente respirare un po’ di atmosfera autentica balinese. Turisti pochissimi, gente cordiale e che non ti vede solo come un bancomat su due gambe. Sono stati giorni bellissimi che mi hanno lasciato ricordi molto piacevoli e sensazioni molto forti oltre che esperienze umane indelebili. Oltre alle belle onde sinistre che rompono nella baia.

In una e-mail mandata a casa scrivevo: “…provate a immaginare: tramonto rosso su questa spiaggia nera lavica immensa, l’orizzonte velato dal fumo dei fuocherelli con cui la gente brucia i rifiuti della giornata e noi circondati dalla gente del posto che si faceva lo shampo e quanto altro nel fiumiciattolo che sfocia in mare. Con in sottofondo il “muezzin” che cantava la preghiera del tramonto…”

Non sono certo scene idilliache da catalogo turistico della costa azzurra ma piccoli estratti di vita quotidiana che a casa avvolti dalle nostra comodità ci sembrerebbero impossibili. Assolutamente consigliato è esplorare alla cieca le colline dell’entroterra. Vi troverete a passare in paesini dove il vostro passaggio crea una sorta di agitazione, molti sorrisi e saluti tra le persone che si sbracciano lungo le stradine ricoperte di caffè, cacao e tabacco ad essiccare. Fermatevi a bere un bali kopi (caffè balinese) e verrete avvicinati da qualche curioso che vorrà fare quattro chiacchere e da bambini che vogliono farsi fotografare. Durante una di queste esplorazioni alla ricerca di una fantomatica cascata, dopo innumerevoli tentativi vani, delle signore del posto (credo prese un po’ dalla compassione) ci hanno affidato ai loro 4 bambini che ci hanno finalmente condotto nel fitto della giungla per più di mezz’ora fino al tanto sospirato bagno rigenerante.

Da Medewi, con uno nuovo compare di onde e scorribande, (Lirio, Francese fino al midollo) decidiamo di cambiare totalmente scenario e dirigerci a Nusa Lembongan, isoletta a un’ora di navigazione dalla costa est di Bali. I famosi surf break sulla barriera corallina rendono l’isola parecchio frequentata dai turisti ma se si alloggia lungo uno dei tanti “losmen” lungo la spiaggia si riesce ancora ad avere il contatto con la vera vita dell’isola regolata unicamente dalle maree che stabiliscono quando per i “raccoglitori di alghe” è tempo di mettersi al lavoro. Cosa negativa dell’isola è che le persone del posto che lavorano con il turismo non ti lasciano tregua e ogni volta che ti incrociano cominciano con le solite domande “Dove vai? Dove stai? Vuoi il motorino? Vuoi un giro in barca?”…insomma alla lunga hanno reso l’atmosfera un po’ meno piacevole. Comunque per una fuga dal delirio di Kuta, Lembongan rappresenta un’oasi di tranquillità e pace!

Nusa Lembongan, Bali Indonesia

Se invece non si vuole proprio lasciare Kuta e le sue notti di festa e baldoria, a pochi chilometri sud di Kuta si estende uno dei tratti di costa più celebri al mondo per il surf. Una serie di reef break stellari, con onde perfette che srotolano 24 ore su 24 pettinate dal vento di terra che durante la stagione secca è costante quanto piacevole. Balangan, Bingin, Dreamland, Impossibles, Padang Padang, Uluwatu sono solo alcuni dei nomi di queste celebri onde che rendono Bali una delle mete surfistiche più ambite al mondo.

Uluwatu

Dopo soli pochi giorni tra i grattacieli e l’aria-condizionata-ovunque di Kuala Lumpur già non vedo l’ora di ritornare alla semplicità Indonesiana. Nel frattempo vi saluto con una foto delle Petronas Twin Towers, simbolo della capitale Malesiana. Nel prossimo aggiornamento racconto di KL.

Un saluto.

 

Mauro

Petronas Twins Towers, Kuala Lumpur Malaysia

Giu 14 2008

Darwin, NT

Archiviato come: Australia

Uluru!

Dopo quasi 11000 km percorsi a bordo del furgone e dopo tutti i luoghi e le cose incredibili viste, mi viene difficile ma cercherò di condensare un mese in poche righe. Non è facile ma, considerato anche il fatto che ho un volo che parte tra poche ore, ci provo. Cercherò di essere breve anche perché se mi metto a raccontare tutte le cose fatte e i posti visti farei un lungo elenco svuotato dalle emozioni e dalle sensazioni provate.

Partiamo dall’itinerario.

La partenza è stata da Perth, capitale del Western Australia da dove, lasciandoci alle spalle i primi freddi dell’inverno Australe, siamo risaliti lungo la costa orientale fino a Broome. Lungo questa tratta di circa 2500 km di imperdibile c’è il deserto dei pinnacoli nel Nambung National Park, il Kalberri National Park e il Ningaloo Reef. Questo solo per citare le cose più incredibili che troverete lungo lo strada.

Da Broome abbiamo poi tagliato verso l’interno nella zona del Kimberly, ci siamo fatti spaventare dai racconti sulle condizioni della strada e ci siamo infilati in un tour organizzato per pensionati, per poi proseguire verso nord e, noleggiando un 4×4, abbiamo visitato le montagne “panettoniformi” dei Bungle Bungle.

I parchi a sud di Darwin con i loro coccodrilli, serpenti e 1000 altre specie di animali hanno chiuso la tratta. Come ciliegina sulla torta abbiamo passato 4 giorni (volo interno Darwin – Alice Springs) nel Red Centre a visitare una della rocce più fotografate d’Australia: Uluru e le sue vicine Olgas (nome originale Kata Tjuta).

Piccola parentesi pratica. Per fare un viaggio simile il mezzo ideale è un furgoncino attrezzato di tutto punto per dormire e cucinare. Una specie di camper ma il tutto schiacciato dentro ad un furgoncino che ti rende meno ingombrante e più agile in strada. In questo modo sarete completamente liberi di fermarvi dove vi pare e quando vi pare. Di notte non si potrebbe dormire nel furgone se non in aree attrezzate ma basta nascondersi nel bush e alzarsi prima che i Rangers si mettano al lavoro e per magia avrete trovato come non spendere nulla per dormire. Lungo le strade principali si trovano anche delle piazzole che consentono la sosta per 24 ore dove potete dormire qualche ora in più senza rischiare la multa. Viaggiando nella stagione secca (da maggio a settembre) quasi tutti i parchi sono accessibili con una macchina normale anche se di norma avere un 4×4 ti consente di arrivare ovunque senza troppe preoccupazioni (soprattutto se si guida un mezzo a noleggio) e senza perdere la sensibilità alle braccia per le vibrazioni.

Altra cosa da tenere sempre presente sono le distanze da un benzinaio ad un altro. Nei tratti più isolati si possono fare fino a 300 km senza incontrarne uno per cui la regola che vale è “appena posso faccio il pieno” e se si arriva e si trova chiuso si deve aspettare mattina che riapra. Tutti ti dicono di non guidare di notte perché è pericoloso a causa delle varie bestie che si trovano o che si buttano in mezzo alla strada al tuo passaggio. Canguri, serpenti, rane, dingo, mucche, e altri quadrupedi non identificati sono incontri comuni nella notte. Noi chiaramente per riuscire a fare tutto quello che avevamo in programma abbiamo guidato tutte le notti tranne forse due. Tanto per dare un’idea durante una tratta verso il parco del Karijini il “cangurometro” ha raggiunto la quota 17 in poco meno di 200 km percorsi. Per non parlare delle carcasse a bordo strada. E sempre per dare un po’ di numeri i canguri battono le macchine incrociate 20 a 1.

I ricordi, tra i tanti, che sempre saranno associati a questo pezzo di viaggio sono le albe (mai viste tante e di seguito in vita mia) e i tramonti nell’outback, le stelle nel cielo sopra le spiagge del Cape Range National Park. Così tante, luminose e splendide da farti sentire tanto insignificante.

Il silenzio. Quando dopo ore di furgone ci si inoltrava nel bush per dormire (si vero…in Italia la chiamerebbero camporella) e si girava la chiave arrestando il motore, il silenzio era così intenso da diventare assordante (citazione).

Poi le distanze, ogni tanto dopo 3-4-5 ore al volante guardavamo sulla cartina e ci rendevamo conto di aver percorso un millimetro della linea nera tracciata sulla mappa. E’ una cosa che per noi Europei è incredibile.

E anche Uluru, che per quanto sfruttato all’inverosimile con centinaia di persone che lo affollano intorno e in cima, all’alba e al tramonto regala grandi emozioni.

E poi anche i regali arrivati dall’Italia per il mio compleanno aperti dopo una pasta al pesto sotto le palme di un parcheggio a Broome. Libri nella propria lingua: merce rara all’estero!

Tra poche ore si chiude la parentesi occidentale del mio viaggio cominciata negli Stati Uniti, proseguita in Nuova Zelanda e terminata in Australia. Un volo Darwin – Denpasar (Bali) mi farà varcare le porte del mondo orientale. Indonesia, Malesia, Tailandia, Cambogia e, tempo permettendo, qualcos’altro chiuderanno il giro.

La foto di apertura è un classico dei classici mentre il tramonto dal faro del Cape Range National Park con cui vi saluto è per la mia compare di viaggio di questo mese passato. Se non fosse stato per la sua enciclopedica preparazione (nei visitor center correggeva spesso e volentieri gli impiegati) credo avrei perso metà delle cose da vedere lungo la strada.

A risentirci dall’Indonesia.

Mauro

Pasta al pesto al tramonto :o)