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Cambodia


Buddhist priest, Angkor Wat Cambodia

Partiamo dal viaggio.

Un volo della compagnia aerea low cost Air Asia mi ha portato da Bali (Indonesia) a Kuala Lumpur (Malesia), notte accampato in aeroporto e di prima mattina altro volo, sempre operato da Air Asia, da Kuala Lumpur a Bangkok.

Bangkok è il punto di partenza per l’avventura Cambogiana.

Così, dopo aver speso la notte presso una guest house consigliatami da una coppia di tatuatori torinesi conosciuti in Indonesia sul traghetto per Lombok, e dopo aver qui lasciato in custodia la tavola da surf con altri kg di cose non necessarie, prendo il bus per la città di confine di Aranya Prathet. Dopo 6 ore di piacevole viaggio lungo una strada che si snoda tra le risaie allagate dalla stagione delle piogge, arrivo a destinazione. Uno dei tanti tuk tuk, pronti alla fermata del bus, mi ha portato ad una specie di consolato Cambogiano per ottenere il visto di entrata. 30 $ , una foto formato tessera e in 10 minuti avevo incollato sul passaporto il visto per 30 giorni in Cambogia. Poche centinaia di metri separano Aranya Prathet (Thai) da Poipet (Cambogia).

La prima cosa che mi ha colpito, ancor prima di entrare in Cambogia, sono stati il gran numero di casinò e costruzioni in stile Las Vegas che fanno felici i Tailandesi che vengono qui a giocare d’azzardo, cosa invece proibita nel loro paese.

Ebbene sono in Cambogia.

Non appena lasciamo la dogana, io e un ragazzo Franco-Inglese con cui ho fatto comunella nel frattempo, veniamo abbordati da un ragazzo che dice di lavorare per il governo Cambogiano con il compito di “assistere” i turisti nuovi arrivati. Si sente puzza di bruciato lontano un miglio. E non sono solo le mie scarpe. Lo assecondiamo. Gli diciamo che siamo diretti a Siem Reap (come il 99% dei turisti che decidono di entrare in Cambogia da questo posto di confine) e che vorremmo prendere il bus. Il nostro incaricato del governo dice che una navetta ci aspetta per portarci alla stazione dei bus in città. Gratis. La puzza di bruciato intanto è diventata fumo nero pece.

Una volta che la navetta (con solo noi a bordo) ha percorso poche centinaia di metri, ci fermiamo nei pressi di sorta di stazione dei bus e taxi con annesso un banco di cambio. Lui ci convince a cambiare i soldi nella valuta locale, cosa altrimenti difficilissima da fare altrove (dice lui). In tasca ho poche bath Thailandesi, per cui le cambio in Riel Cambogiani ad un tasso non certo ufficiale!

Alla fantomatica stazione dei bus, veniamo a sapere che il bus ci sarà solo dopo parecchie ore ma che per caso, ma proprio per caso, c’è un taxi con altre due persone che sta’ per partire alla volta di Siem Reap. Se vogliano aggregarci, sono solo 25$ a persona, ma che dobbiamo decidere in fretta perché altrimenti il taxi sarebbe partito, e un taxi per soli due sarebbe molto più caro…bla bla bla bla….

A quel punto, chiediamo comunque il costo del bus. Alla fine non abbiamo fretta!

Anche il bus costa 25$. Strana la vita. Una cifra spropositata per gli standard della Cambogia. Sulle guide viene infatti riportato che il bus per Siem Reap costa circa 5-6 $. Con l’inflazione potrebbero oggi essere 7-8.

Dato che ormai la fregatura per i turisti era chiara (le serate a vedere “Mi manda Lubrano” a qualcosa saranno servite!), decidiamo di arrangiarci per i fatti nostri. Annunciamo al nostro incaricato che ce ne torniamo verso il posto di confine per cercare qualcosa di più economico, dato che secondo noi è troppo caro. La sua gentilezza e il suo sorriso scompaiono tutte d’un tratto e comincia a dirci in tono minaccioso che dobbiamo prendere il taxi, che non possiamo camminare fino al confine bal bla bla.

Dal canto nostro lo mandiamo a quel paese (in italiano, francese e inglese).

Cominciamo ad incamminarci verso il confine, dove crediamo e speriamo di trovare mezzi di trasporto “ufficiali” ad un prezzo normale e non per fessi.

Dopo pochi metri percorsi lungo la strada rossa sterrata che porta in direzione della Thailandia, una macchina comincia a venirci dietro, incalzandoci con il clacson. Era uno dei tanti tassisti non ufficiali (in Cambogia i taxi ufficiali saranno 10 in tutto il paese) che avendo assistito alla scena ci proponeva un prezzo più modico. Dopo un 5 minuti di rincorsa della macchina con lui che urlava dal finestrino” 40 dollars!!!” e noi…”no thanx, too much” arriviamo al compromesso che con 10 $ a testa ci porta a Siem Reap.

Chi avesse intenzione di entrare in Cambogia da questo confine non presti attenzione a questi fasulli impiegati del governo, ma continui dritto seguendo la gente del posto che vi porterà verso i bus veri.

Varcando il confine, colpisce l’attenzione anche la strada che, fino a un metro prima di entrare in Cambogia, è una bella lingua di asfalto nero e liscio mentre una volta lasciata la Tailandia si trasformia in una mulattiera di terra rossa battuta. Però circondata da Casinò scintillanti.

Insomma, il nostro simpatico tassista, in circa 4 ore copre i 160 km di polvere e buche che ci separano da Siem Reap. A Siem Reap trovo alloggio in una guest house molto nota tra i viaggiatori. Per 4 dollari ho una stanzetta in bambù con materasso e zanzariera. Oltre che gli onnipresenti gechi e rane .

Siem Reap, è la base per visitare i famosi Templi di Angkor Wat, la testimonianza più grandiosa e meglio conservata del regno che una volta raccoglieva sotto i suoi vessilli la Cambogia, e buona parte dell’attuale Thailandia, Laos e Vietnam.

L’ingresso ai templi non è proprio a buon mercato. Si può scegliere tra l’ingresso giornaliero (20$), 3 giorni (40$) oppure una settimana (60$).

IL complesso conta più di 100 templi per cui decido di fare il pass per 3 giorni.

I mezzi di trasporto per visitare i templi sono i più disparati: per 10 dollari un tuk tuk ti scarrozza in giro tutto il giorno, un po’ meno se si sceglie una moto e un po’ di più se si preferisce l’auto. In tutti e tre i casi con autista a seguito.

Dato che non mi andava di avere sempre uno che mi aspetta fuori dal tempio, decido per il quarto mezzo di trasporto: per 4 $ affitto una bici per i miei 3 giorni ad Angkor Wat.

Dopo tre giorni, con circa 150 km nelle gambe, decido che di templi ne ho visti a sufficienza. Belli, bellissimi, enormi e molto ben conservati.

Consiglio di aspettare l’alba ad Angkor Wat (il maggiore dei templi). Se le nuvole sono clementi (adesso qui è la stagione delle piogge) si può vedere la sagoma del tempio stagliarsi contro il cielo via via più chiaro.

Angkor Wat at sunrise, Cambodia

Decido di passare un giorno in più a Siem Reap visitando uno dei villaggi galleggianti sul lago Tonlè Sap. Per mancanza di tempo e anche per i costi mi faccio accompagnare al più vicino Chong Kneas. Giro di un paio d’ora in barca facendo lo slalom tra case galleggianti, scuole galleggianti, porcili galleggianti…vita di tutti i giorni galleggiante.

Chong Kneas, floating village Cambodia

Kompong Pluk, altro villaggio galleggiante più a sud, deve essere molto più bello e meno turistico, ma per arrivarci via barca mi hanno sparato una cifra esagerata!

Il giorno successivo, lasciata Siem Reap, in 7 ore di bus arrivo alla capitale del Regno di Cambogia.

Phnom Penh.

Qui ho una sosta “obbligata” di 4 giorni perché devo attendere che dall’ambasciata mi ritorni il passaporto con il visto per entrare in Vietnam. 33 us $ fatto tramite la mia guest house.

Se a Siem Reap si possono ammirare le bellezze e le opere d’arte di cui è stata capace una civiltà degli inizi del passato millennio, a Phnom Penh vengono invece sbattute in faccia le testimonianze della spirale di pazzia e ferocia in cui la Cambogia è stata risucchiata negli anni 70.

Phnom Penh è infatti dove si può tastare con mano quanto successe in Cambogia nei 3 anni, 8 mesi e 20 giorni (1975 – 1978) del regime dei Khmer Rouge di Pol Pot.

Una delle tappe obbligate a pochi isolati dallo scintillante Palazzo Reale è il centro di sicurezza S-21 altrimenti detto “Tuol Sleng”, uno degli organi più segreti del regime, dove migliaia di persone sono state sottoposte a reclusione e tortura prima di venire mandate a morire nei campi di sterminio fuori dalla città.

Tuol Sleng, Phnom Penh Cambodia

Non voglio fare certo una lezione di storia, ma una lettura a qualche testo su quanto accaduto in Cambogia non può far di certo male. Io sono il primo che prima di andarci a sbattere contro non avevo idea delle dimensioni di quanto accadde poco più di 30 anni fa nella strada sotto la mia camera qui a Phnom Penh. Il genocidio di oltre 2 milioni di persone è ancora visibile oggi per le strade della Capitale o di un qualsiasi altro centro Cambogiano. Il 95% della popolazione è sotto ai 30 anni, la generazione dei 40 e 50 è stata letteralmente annientata dal disegno del regime di Pol Pot, uno dei maggiori responsabili delle condizioni di estrema povertà in cui oggi versa il paese.

Andiamo avanti.

Le tappe successive sono state Sihanoukville, cittadina con una folta comunità di francesi residenti, che si affaccia sulle calde acque del Golfo di Tailandia. Sinceramente, niente di speciale. Dopo 4 giorni a Phnom Penh può però servire per svagare la mente e cercare un po’ di fresco nuotando nelle acque delle sue spiagge semideserte!

Pochi giorni dopo, con un taxi collettivo (leggi: una normale auto con fino a 7 persone stipate dentro) arrivo a Kampot, piccolo centro lungo un placido fiume verso il confine con il Vietnam. Kampot, se escludiamo qualche cadente rimasuglio del periodo coloniale Francese non ha nulla in particolare da offrire se non le escursioni al vicino Bokor National Park.

Eppure questo paesino ha un suo perché. Saranno i tramonti sul fiume, sarà il clima più clemente rispetto ai grossi centri, sarà la gente del posto che quando ti vede da solo seduto si avvicina e dopo averti domandato: “May I have a conversation with you?” si siede e chiacchiera facendoti mille domande sulla tua famiglia, moglie (ehmm..moglie??), lavoro (ehmm..lavoro??) e così via.

Escludendo il trek di 2 giorni al Parco, ho optato per l’affitto di una motoretta con la quale sono andato alla scoperta dei dintorni andandomi a infilare, come mi piace fare, nelle stradine delle campagne: risaie, sorrisi e “Halllooooo” urlati a squarciagola per una giornata!!

E’ bellissimo quando passavo nei pressi di qualche abitazione e la moltitudine di bambini usciva e urlando di fermarti “Stop! Stop!”. A ciò seguiva una miriade di domande nel loro inglese scolastico “How many members has your family?”, “how many brothers and sisters do you have?” e così via. Così tanti contatti umani con persone tanto semplici e genuine da lasciarmi stordito.

Kampot rice fields, Cambodia

Nota di merito alla tradizione culinaria di questo pezzo di Indocina: il cibo è fantastico. E’ vero che manco da casa da quasi un anno e per cui forse gli standard si abbassano (italian food uber alles) però il viaggiatore in Cambogia non può che rimanere piacevolmente stupito dalla varietà di cibi e sapori che si possono provare.

E siamo arrivati a oggi, di ritorno a Phnom Penh da dove domattina partirà l’ennesimo bus che mi porterà a Hoi Chi Minh City, in Vietnam, una volta chiamata Saigon. Da qui, dopo una breve parentesi a sud nella regione del delta del Mekong, comincerò la risalita fino alla capitale Hanoi, ultima tappa di questo viaggio.

A presto.

Mauro

Una risposta a “Cambodia”

  1. Roberto scrive:

    Saigon… l’ambientazione di Apocalypse now… pensare ke quelle cose sono successe x davvero…

    Buon proseguimento Mauro ! ti aspetto a Carrara quando torni !

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